Mai due volte
Anna Piaggi non indossò mai lo stesso insieme due volte, e non era vanità, era metodo. Sulle sue Doppie Pagine di Vogue Italia, per ventiquattro anni, montò fotografie e testi in collage che svelavano i riferimenti nascosti dietro le tendenze, e Karl Lagerfeld la disegnò per anni considerandola un'opera in corso. Il guardaroba era il suo archivio, migliaia di pezzi catalogati come lettere di un alfabeto.
Per lei lo stile era una scrittura e gli abiti parole. L'eccesso, in lei, era governato da un rigore invisibile, ogni accostamento aveva una logica, una citazione, un attrito voluto. Sembra il contrario della coerenza di Vignelli ed è la stessa cosa allo specchio, riconoscibilità assoluta, ottenuta con la logica invece che con la ripetizione.
Il personal branding di oggi insegue la stessa riconoscibilità e ottiene il contrario, tutti riconoscibili nello stesso modo, la stessa luce, le stesse pose, la media premiata dall'algoritmo. Lei era un algoritmo fatto di una persona sola, imprevedibile in superficie e coerente in profondità, ed è il motivo per cui la si riconosceva da lontano.
La firma può stare nella grammatica invece che nel vocabolario. Oggi un algoritmo premierebbe la logica dei suoi accostamenti? O la scarterebbe dalle opzioni?